lunedì 13 maggio 2013

Gassosa homemade



Oggi vi propongo un esperimento che mi è venuto in mente sulla scia della ginger ale. Ormai sapete che, grazie all'aiuto del lievito di birra secco, è possibile ricreare l'effetto frizzante nelle bevande dolci. Visto che la voglia di bibite dissetanti inizia a crescere, ho pensato a cosa potessi imbottigliare con i pochi ingredienti in casa... ed è nata la gassosa homemade. In realtà è un incrocio curioso tra la radler e la limonata, ma a me è piaciuta moltissimo. Il sapore è delicato e le bollicine sono uno spettacolo...
Ho visto che anche Martina ne ha preparata una buonissima ma che prevede la cottura e diversi giorni di decantazione. Io ho preferito provare a fare una gassosa sprint perché avevo del lievito secco avanzato da usare... =)
Essendo un esperimento le dosi sono molto indicative. Vi consiglio di non usare troppo zucchero ma di metterne un pugnetto. Mi raccomando, usate una bottiglia di plastica e non riempitela tutta altrimenti potrebbe scoppiare e inondarvi la cucina di gassosa!

Vi lascio con una to-do list delle bevande estive che vi consiglio di provare:


Gassosa homemade 

2 limoni (succo)
birra bionda
1/8tsp lievito di birra secco
zucchero a piacere
1tsp zenzero grattugiato
1tsp miele di melo Rigoni di Asiago

Riempire il piede della bottiglia da 2l di birra (saranno circa due dita). Aggiungere tutti gli altri ingredienti e riempire d'acqua fino a 5cm sotto il collo della bottiglia. Questo passaggio è molto importante perché deve restare lo spazio per il gas che andrà a formarsi. Lasciare la bottiglia a riposare in un luogo tiepido per 24/48 ore. Mettere in frigo la bottiglia per qualche ora, in modo da bloccare la fermentazione del lievito. Quando sarà fredda, aprire con cautela la bottiglia e lasciarla sgasare. La gassosa così preparata dovrebbe durare massimo 3 giorni in frigo.

mercoledì 8 maggio 2013

Coltiviamo il goji!


Fin da piccola ho sempre aiutato i miei nonni a coltivare l'orto. Mi divertivo moltissimo a spargere semi, piantare bulbi e raccogliere i frutti del nostro lavoro. Anche a Torino continuo a portare avanti la passione per il giardinaggio curando i miei adorati bonsai e qualche pianta ornamentale. La città non è esattamente l'ambiente ideale per coltivare le piante, ciononostante ogni tanto compro delle piante strane da tenere sul balcone (che ormai assomiglia ad un orto botanico). Sabato è stata la volta del goji, la pianta che produce quelle bacche rosse vendute a peso d'oro in erboristeria.
Ormai le conoscerete senz'altro, visto che sono ampiamente usate nella preparazione di dolci e bevande. Per la vostra gioia, il goji è una pianta molto rustica e coltivabile senza problemi sul balcone di casa. Tra l'altro è anche una pianta ornamentale che, durante il periodo della fioritura, si ricopre di boccioli viola molto belli. Vediamo di quali cure ha bisogno la nostra piantina himalayana per crescere sana...

Terreno e rinvaso

Il goji è una pianta che potremmo definire "acidofila", nel senso che ama i terreni il cui PH è compreso tra 6 e 7. Predilige i terreni di medio impasto, non troppo leggeri ma molto drenanti. L'ideale sarebbe mescolare del terriccio universale di ottima qualità alla kanuma, un terriccio leggermente acido super drenante. Altre miscele potrebbero essere akadama e terriccio per acidofile oppure terriccio universale e torba bionda. Per rinvasare il goji tirate fuori la pianta dal vaso, districate il pane radicale con una bacchetta da ristorante cinese e tagliate 1/3 delle radici sottili che vedete. Preparate l'impasto di kanuma e TU e iniziate a versarlo nel vaso. Quando avrete fatto uno strato alto 3 dita mettete la pianta e copritela di terra. Annaffiare abbondantemente finché l'acqua cola dai buchi sotto il vaso. Dopo il rinvaso tenere la pianta all'ombra e riparata da freddo e vento per un mese, NON concimatela durante quel mese. Il goji va rinvasato a inizio primavera quando le gelate sono finite (da marzo). Le piantine giovani vanno rinvasate ogni due anni.

Potatura

Essendo una pianta che arriva fino ai 2-3 metri di altezza, va potata d'inverno per ridurre i rami vecchi. In primavera vanno eliminati i polloni. La pianta va sempre legata a un sostegno come una canna di bambù o un bastoncino, come si fa con i rampicanti.

Frutti

Il goji è una pianta autofertile, fiorisce in primavera e fruttifica a fine estate. Il frutto, dolce e piacevole, può essere mangiato fresco o essiccato.

Concimazione

Usare un prodotto ad alto contenuto di azoto e possibilmente a lento rilascio, altrimenti un concime organico liquido somministrato ogni 15-20 giorni.


Benefici

La leggenda racconta che sulle montagne dell’Himalaya c'era un tempio in cui le bacche prodotte dalle piante cadevano nel pozzo da cui attingevano i monaci. I monaci, che ogni giorno bevevano l'acqua del pozzo, vivevano a lungo e senza ammalarsi. 
Una ricerca realizzata nel 1999 presso la Tufts Univerity ha analizzato la “Oxygen Radical Absorbance Capacity” (Capacità di Assorbimento dei Radicali dell'Ossigeno) del goji. Da questa ricerca si è scoperto che il goji ha la bellezza di 30.000 unità ORAC. Gli antiossidanti sono importanti perché combattono l'invecchiamento cellulare ed è stato stimato che 5000 unità ORAC rappresentano il fabbisogno giornaliero di un uomo adulto. Le bacche di goji contengono anche vitamine essenziali, polisaccaridi, acidi grassi insaturi, carotenoidi e molto altro ancora.


Attenti alle frodi!

In commercio trovate semi e piantine di goji ma non sempre quello che comprate corrisponde a verità. Infatti esistono due specie di goji: lycium barbarum e lycium chinense. Mentre il primo produce le famose bacche dolci e gradevoli, il lycium chinense è decisamente amaro e ha minori proprietà terapeutiche. Potete riconoscere il lycium barbarum guardando le foglie, che devono essere lanceolate e molto strette, acute sia all'apice che alla base.


martedì 7 maggio 2013

Kirimochi wagashi


Il kirimochi è un tipo di mochi che, al momento della cottura, si gonfia come un palloncino e diventa filante all'interno. Si comprano in un qualsiasi asian market ben fornito e li trovate in una busta confezionati singolarmente. Potete gustare il kirimochi con del miele, del caramello salato, dello sciroppo o un coulis a scelta. Questo dolce va mangiato appena cotto perché altrimenti tende a diventare duro. Io ho abbinato il mio wagashi a del miele di arancio e una tazza di tè verde Tea and coffee house.

Kirimochi wagashi

1 kirimochi
semi di sesamo Melandri Gaudenzio
miele di arancio Rigoni di Asiago
mirtilli

Accendere il forno a 180°. Mettere il kirimochi in una teglia e cuocerlo fino a quando non diventa leggermente dorato e bello gonfio. Metterlo su un piatto e decorarlo con i semi di sesamo, il miele e i mirtilli.

mercoledì 1 maggio 2013

Umekombucha


In questi giorni grigi e piovosi il tempo scorre lento, tra fogli da disegno e una confortante tazza di tè verde. Sono una grande appassionata di tè e ritorno da un viaggio portando sempre con me una scatola di tè in foglie. Per contrastare la nostalgia del Giappone che spesso mi assale ho preparato a malincuore l'ultima tazza di umekombucha 梅昆布茶
Questa bevanda è fatta di alga kombu e umeboshi polverizzati e si prepara semplicemente sciogliendo la polvere in acqua calda. La confezione di umekombucha in questione mi è stata regalata dalla signora di Tajima, il negozio di artigianato in kinpaku (foglia d'oro) a Kanazawa, ed è arricchita da briciole d'oro edibile. L'umekombucha è una bevanda molto particolare il cui sapore sapido difficilmente risulta gradito ai non giapponesi; tuttavia è molto salutare in quanto combina le proprietà dell'alga kombu e della prugna umeboshi. L'alga kombu appartiene alla categoria delle laminarie ed è ricchissima di minerali (ferro, calcio, iodio), acido alginico (depuratore dell'intestino, aiuta a combattere la colite), regola la pressione sanguigna e aiuta a controllare il peso. L'umeboshi, invece, è un tipo di prugna essiccata, salata e colorata di rosso grazie al pigmento contenuto nelle foglie di akajiso. Le proprietà dell'umeboshi sono a dir poco stupefacenti: sono in grado di stimolare la digestione, alleviare la nausea e preservare gli alimenti dai batteri.
Non so se in Italia sia possibile acquistarlo, ma se lo trovate provatelo perché è proprio buono... ^___^

lunedì 29 aprile 2013

Ricetta di famiglia n°2: Pesche alla piemontese


Complice il clima da inizio estate, ho fatto una bella gita fuori porta per festeggiare il 25 aprile. Sono andata a Moncrivello, un paese in provincia di Vercelli, a visitare il castello medievale e il borgo. Questo castello risale all'anno mille ed è stato conquistato da condottieri come Federico Barbarossa e i duchi di Savoia. Nel Quattrocento è diventato la dimora della duchessa Jolanda e nel Seicento è stato assediato, ma mai espugnato, dall'esercito spagnolo. Nel 1908 è stato dichiarato monumento nazionale e ora è visitabile solo durante eventi pubblici o matrimoni. 





Ospitati sul vellutato prato del castello c'erano degli stand di oggetti artigianali bellissimi come quello di Simonetta, che realizza con passione collane, segnalibri e monili molto creativi...


... e l'angolo di Milva, dove ho preso una stilosa borsa porta-torta fatta a mano e decorata con le ciliegie. 


Simonetta Selva - Bijoux de fantaisie, simonetta.selva@yahoo.it 
Milva Rivardo - Confezioni, pizzi e ricami come una volta, 015922470, milva.rivardo@virgilio.it

Nel tardo pomeriggio sono andata a Ivrea perché non potevo resistere alla tentazione di mangiare una fetta di torta 900... =)
Per rimanere in tema di dolci piemontesi, oggi vi propongo la seconda ricetta di famiglia: le pesche ripiene al forno. Questa ricetta è gustosa come solo le ricette semplici e tradizionali sanno esserlo... Non dovete fare altro che prendere delle belle pesche, degli amaretti e del cacao e preparare il ripieno. Poi mettete la teglia in forno e lasciatevi ammaliare dal profumo di cioccolato che si diffonderà per la cucina. Riguardo la scelta delle pesche è meglio se le prendete belle sode perché altrimenti potrebbero disfarsi in cottura facendo colare il ripieno sulla teglia.


Pesche alla piemontese

6 pesche molto sode
amaretti
cacao in polvere
2 tuorli
60g zucchero a velo

Lavare le pesche, dividerle a metà e togliere il torsolo con uno scavino. Estrarre ancora un po' di polpa dal centro che metterete da parte. Sbriciolare gli amaretti e montare i tuorli con lo zucchero. Mettere in una ciotola dai bordi alti gli amaretti, la polpa un po' pestata e il cacao setacciato. Unire la montata di tuorli e imburrare uno stampo. Dovete ottenere un impasto abbastanza compatto e non troppo liquido.
Disporre le pesche molto vicine le une alle altre e farcirle con la crema. Cuocere a 170° per 40-50 minuti.

lunedì 22 aprile 2013

Cherry tōfu smoothie


Finalmente il sole è tornato a fare capolino tra le nubi e sono andata in montagna a camminare! Domenica sono tornata in Valle Stretta, dove la neve è ormai quasi solo un ricordo... e le ustioni sono già in agguato! :P
Mi sembra il momento giusto per inaugurare la stagione degli smoothies, ovverosia quelle bevande a base di frutta, latte e talvolta yogurt o gelato nate insieme alla cucina macrobiotica. Gli smoothies sono una merenda sana e gustosa che potete preparare usando gli ingredienti che più vi piacciono. Io ne ho preparato uno alla ciliegia con aggiunta di kinugoshi tōfu, che è quel tipo di tōfu morbidissimo molto simile a un budino. Il tōfu è un alimento base della cucina macrobiotica perché apporta proteine vegetali (importante per i vegani), aminoacidi, fenilalanina, calcio, vitamine, minerali; inoltre è privo di colesterolo e ha un basso tenore di sodio. A differenza di alimenti altamente proteici come la carne e le uova il tōfu è ricco di acidi grassi mono e polinsaturi, quelli "buoni" per intenderci. Il tōfu viene usato anche come legante nelle preparazioni sia dolci che salate o per rendere vellutate le zuppe e i frullati. Chiaramente non aggiunge alcun sapore alla bibita per cui potete usarne quanto volete fino a raggiungere la cremosità desiderata.

Cherry tōfu smoothie

latte fresco
tōfu vellutato
topping all'amarena Fabbri
gelato al fiordilatte Fabbri

Frullare assieme il latte, il tōfu, il topping e il gelato e versare il tutto in un bicchiere capiente.

lunedì 15 aprile 2013

Eton mess


Tra i regali per la laurea ho ricevuto un buono per l'acquisto di libri che, per una lettrice assidua come me, è un'ottima cosa. Nello scorrere la lista dei libri il mio occhio è stato catturato da un ricettario di dolci inglesi: English Puddings di Stefano Arturi. Essendo appena tornata da Londra mi è sembrata una buona idea prenderlo per provare a rifare qualche delizia che ho assaggiato, ed ho scelto quella che vedete in foto.
Finalmente posso proporvi un dolce decisamente primaverile, un tripudio di panna, fragole e meringhe: Eton mess. Il nome di questo dessert deriva chiaramente dal famoso college britannico di Eton. Secondo le leggende questo pudding veniva servito all'Eton College il 4 giugno per celebrare l'inizio dell'estate. E' conosciuto anche con il nome meno elegante di Clare College mush (pappetta del Clare College). Il termine "mess" significa disordine e indica il fatto che gli ingredienti vengono semplicemente buttati in una ciotola e mischiati. E' una ricetta facilissima perché prevede solo tre ingredienti che, peraltro, possono essere preparati in anticipo come le meringhe. Per esaltare al massimo questo dolce è bene scegliere delle ottime fragole di stagione; cercate delle fragole che siano rosso acceso, sode al tatto e senza bordo bianco o verde attorno al picciolo. Controllate sempre che non ci siano fragole schiacciate sul fondo del cestino e, se ve ne accorgete a casa, conservatele distese su una teglia in un unico strato in frigo. Questo eviterà che l'eventuale marciume contagi anche le fragole buone. Per quanto riguarda la panna, in Inghilterra ne esistono tantissimi tipi riconoscibili in base alla quantità di grasso. In Italia, per contro, non abbiamo questo tipo di cultura e si trova in vendita un solo tipo di panna. Per fare l'Eton mess di solito si usa la heavy cream, che ha un contenuto di grasso minimo del 36-40%. Noi useremo la nostra panna che, in questo caso, va benissimo. Se volete dare un tocco particolare al dolce potete aggiungere dei lamponi o delle more (molto buone ma poco ortodosse).

Eton mess

fragole
zucchero a velo
succo di limone
scorza di limone grattugiata
200g panna
pepe
meringhe

Preparare le meringhe come da ricetta e sbriciolarle grossolanamente in un mortaio. Tagliare le fragole a pezzi e spremere sopra il succo di limone, poi unire la scorza di limone grattugiata e una grattata di pepe. Frullare 1/3 delle fragole e filtrare il succo ricavato. Semimontare la panna fino a quando formerà dei picchi morbidi e incorporarvi le fragole tagliate e i pezzi di meringa. Aggiungere il succo di fragola e dare una sola mescolata per ottenere l'effetto marmorizzato. Mettere in frigo fino al momento di servire (sottobicchiere Happyflex).

lunedì 8 aprile 2013

Butterscotch blondies


"Houston, abbiamo un problema"... la primavera è scomparsa! Da quando è iniziata la stagione l'unico giorno di sole è stato quando mi sono laureata, poi pioggia a dirotto. Non so voi ma questa primavera mi sembra più uggiosa del solito; l'anno scorso a inizio marzo c'erano già 15° e avevo rinvasato i bonsai... adesso sono tutti al riparo in casa perché fuori morirebbero di freddo... =(
Visto il tempo inclemente vi propongo un comfort food da gustare con una bella tazza di tè, i butterscotch blondies (o semplicemente blondies).
I blondies sono una variante insolita del brownie perché preparati con il cioccolato bianco. Sono morbidi e "chewy" come dicono gli inglesi, ma non esiste una traduzione decente per questo termine. Il cioccolato bianco rende il dolce ancora più goloso ma state attenti nella scelta del cioccolato. Come forse saprete, il cioccolato bianco è un derivato della produzione e quindi ha una composizione differente. Potete capire se il cioccolato che state comprando è buono o meno leggendo l'etichetta: deve contenere burro di cacao, zucchero, latte, lecitina e non grassi vegetali.
Io ho usato del cioccolato con granella di fava di cacao e ho aggiunto ai blondies delle ciliegie essiccate e candite, che credo si abbinino a meraviglia col dolce. I blondies devono essere cotti fino a quando risultano appena solidi al tatto, non un minuto di più, e devono essere ragionevolmente morbidi.
La ricetta credo di averla letta da qualche parte e appuntata poi sul solito foglietto volante, scordandomi di segnare da dove l'ho presa. Se qualcuno riconosce la ricetta non me ne voglia e si faccia avanti, così posso aggiungere la postilla grazie! ^___^"

Butterscotch blondies

100g cioccolato bianco con granella di fava di cacao Venchi
100g burro di cacao Venchi
125g zucchero di canna
aroma vaniglia
2 uova
60g farina
ciliegie essiccate e candite

Fondere il cioccolato con il burro. Sbattere velocemente le uova con lo zucchero fino ad ottenere una spuma chiara. Unire poco alla volta il cioccolato fuso, l'aroma e, sbattendo lentamente, incorporare la farina setacciata. Unire le ciliegie essiccate e versare l'impasto in uno stampo imburrato e con un foglio di carta forno sul fondo (keramia Guardini). Cuocere a 180° per 30-35 minuti fino a quando il dolce sarà appena sodo al tatto. Sfornare e lasciar raffreddare nella teglia.

mercoledì 3 aprile 2013

Fukusa mochi



Sono appena tornata da Londra, dove ho trascorso cinque giorni meravigliosi. Nonostante il freddo a dir poco polare siamo riusciti a visitare in lungo e in largo la città. Avevo grandi aspettative per questo viaggio, dato che ho sempre desiderato visitare l'Inghilterra. Londra mi ha molto colpita, ma in particolar modo mi hanno colpita gli abitanti. Sempre gentili, galanti e con un particolarissimo senso dell'umorismo; ricordo che appena arrivati ho chiesto informazioni a un poliziotto e lui ha iniziato a saltellare sul posto per imitare la mia titubanza, credo. I londinesi non paiono nemmeno soffrire il freddo; noi avevamo due paia di guanti ciascuno e maglioni pesantissimi, loro giravano in pullover o con la gonna. In effetti potrebbero non essere umani... =) 
Un mito che abbiamo sfatato è stato quello della cucina: a Londra si mangia benissimo, a patto di avere fortuna trovando un buon pub. Sotto il nostro hotel c'era un localino di nome Grumbles che proponeva piatti tipici come fish and chips, Eton mess e tanti altri. Inutile dire che ci siamo trovati benissimo e già mi manca...













L'ultimo giorno siamo andati a Oxford con il bus. Erano due anni che mi pregustavo questa gita, visto che adoro l'architettura gotica. E' stata un'esperienza che porterò nel cuore, ho visto veramente di tutto compresa la casa di Tolkien e alcune delle location di Harry Potter come Christ church e la Divinity school. Potrei anche dire che Oxford mi è piaciuta più della capitale, con le sue casette di pietra, i vicoli e gli austeri college...





  
Il dolce di oggi è la rivisitazione di un wagashi che compravo spesso a Kanazawa, il fukusa mochi ふくさ餅. Si tratta di una sorta di pancake spugnoso ripieno di mochi e anko o marmellata di castagne. A Kanazawa c'è una pasticceria che li fa particolarmente buoni, Murakami. Non vedo l'ora di mangiarne tantissimi a Kanazawa... =)
Non conoscendo la ricetta per ottenere l'effetto spugna, ho fatto dei semplici pancakes e li ho farciti con mochi e anko.   

 

Fukusa mochi

Per il mochi

50g shiratamako (farina di riso glutinoso)
100g acqua
matcha Tea and coffee house
70g zucchero
fecola di patate Naturei

Per i pancakes

200g farina
2 cucchiaini lievito
3/4 cucchiaio di sale
2 cucchiaini zucchero
2 uova
250ml latte
3 cucchiai olio di oliva

Mettere la farina di riso glutinoso e lo zucchero in una ciotola adatta alla cottura a vapore, aggiungere l'acqua poco per volta mescolando. Mettere la tazza in un cestello per la cottura a vapore e cuocere 15 minuti. Con una spatola umida (Happyflex) mescolare bene il mochi per renderlo uniforme. Se, una volta che è stato mescolato, risulta ancora troppo liquido cuocerlo altri 3-4 minuti.
Mettere il mochi su una spianatoia coperta di fecola e stenderlo con le mani, dando dei piccoli colpetti con i polpastrelli. Coprire con altra fecola e lasciar raffreddare.

In una ciotola mescolare lievito, sale, farina setacciata e zucchero. Separare i rossi dai bianchi e montare i bianchi a neve non troppo ferma. Unire il latte ai rossi e montare il tutto. Aggiungere l’olio e continuare a montare. Aggiungere al composto di farina le uova e mescolare un pochino con la frusta. Aggiungere i bianchi e far riposare per 30 minuti. Scaldare una padella da crepes e disporre un cucchiaio di impasto. Spargere l’impasto fino a formare un cerchio. Quando si formeranno delle bolle sulla superficie girare la frittella. Dovrà gonfiare un pochino e dorarsi.
Mettere su un piatto un pancake, stendere sopra il mochi e l'anko e coprire con un altro pancake.

lunedì 25 marzo 2013

Scrivere per Fukushima


Cari amici, 

vorrei portare alla vostra attenzione un'iniziativa meritevole a favore delle vittime del terremoto che ha colpito il Giappone l'11 marzo 2011. Questa data si è impressa a fuoco nella memoria dei giapponesi perché non era mai successo che un terremoto generasse una catena di eventi così devastante da piegare una nazione intera. Il terremoto e lo tsunami hanno spazzato via oltre 15000 persone e privato altrettanti individui della casa, del lavoro, degli affetti. Alla calamità naturale si è sommata la crisi nucleare causata dallo scoppio del reattore della centrale di Fukushima. 
Questa tragedia ha scosso l'opinione internazionale, facendo vacillare tutte le certezze che avevamo sulla sicurezza degli impianti nucleari. Ci siamo scoperti vulnerabili e abbiamo iniziato a riflettere su cosa significhi realmente avere tra le mani questo pericoloso "giocattolo". Alcuni scrittori giapponesi si sono fatti portavoce delle istanze che reclamano chiarezza, altri si sono chiesti quale aiuto potesse derivare dal loro ruolo. Cosa può e dovrebbe fare uno scrittore? E' indubbiamente difficile e doloroso scavare alla ricerca delle parole per confrontarsi con chi ha vissuto la sciagura sulla sua pelle.    
Per coloro che si guadagnano da vivere attraverso la scrittura, è chiaro che proprio la parola scritta potrebbe aiutare a lenire il dolore della gente di Fukushima. Utilizzando metodi, stili e approcci diversi, tutti gli autori giapponesi che hanno deciso di partecipare a questo progetto hanno scelto di aiutare gli altri per l’appunto attraverso la scrittura. Ognuno di loro ha donato il proprio contributo per scrivere una collezione di racconti che è stata tradotta in italiano grazie alla perizia del curatore dell'edizione, Gianluca Coci, e di altri volenterosi traduttori. 
L'augurio è quello di riuscire a raccogliere fondi da destinare alla Croce Rossa Giapponese, che è stata da sempre in prima linea per il sostegno alla popolazione. So che una forte solidarietà unisce gli italiani al popolo giapponese, dal momento che entrambi conosciamo molto bene cosa significhi perdere tutto dopo una catastrofe naturale come il terremoto. 

Potete trovare le notizie sul libro nella pagina della casa editrice dedicata QUI.

Gli scrittori: Abe Kazushige, Aoki Jungo, Enjo To, Fukunaga Shin, Furukawa Hideo, Kashimada Maki, Kawakami Mieko, Kinoshita Furukuri, Makita Mayuko, Matsuda Aoko, Murata Sayaka, Nakamori Akio, Nakamura Fuminori, Ono Yoko, Shigematsu Kiyoshi, Yoshikawa Yasuhisa. 



I traduttori: Gianluca Coci, Luisa Bienati, Luca Capponcelli, Tiziana Carpi, Emanuela Costa, Gala Maria Follaco, Chiara Luna Ghidini, Matilde Mastrangelo, Andrea Maurizi, Maria Teresa Orsi, Antonietta Pastore, Tommaso Pincio, Sagiyama Ikuko, Paola Scrolavezza, Laura Testaverde.

Akajiso juice


Oggi vi propongo un'altra ricetta per una bibita sana e dissetante. E' un succo preparato facendo un infuso di akajiso, una pianta giapponese il cui nome scientifico è Perilla frutescens e di cui vi avevo già parlato qui. Esistono due tipi di shiso: quello verde (aojiso 青紫蘇) e quello rosso (akajiso 赤紫蘇). 
Lo shiso rosso è usato per dare la tipica colorazione rossa alle prugne umeboshi 梅干 o per fare le bibite appuntoLo shiso verde ha svariati usi nella cucina giapponese perché è usato per decorare piatti di pesce, onigiri e può essere fatto in tempura o gustato semplicemente in insalata. Il sapore ricorda vagamente quello del basilico, ma ve lo dico giusto per darvi un indizio se non lo avete mai assaggiato. E' anche considerato una pianta medicinale capace di curare i problemi cardiovascolari e ha proprietà antiossidanti. Se trovate in vendita i semi o meglio ancora la pianta di shiso provate a coltivarla in vaso, è facilissimo. Mi raccomando, conservate i semi che cadono con la fioritura per poterli piantare la stagione successiva.
Se prima o poi il caldo deciderà di arrivare anche dove abitate voi provate a fare il succo di akajiso perché è davvero piacevole.

Ricetta tratta da C'è di mezzo il mare

Akajiso juice

300g foglie di akajiso
150g zucchero di canna
1/3 cup aceto di mele
1/3 cup miele di melo Rigoni di Asiago
2l acqua

Lavare le foglie di akajiso e farle sgocciolare. Versare l'acqua in una pentola, unire le foglie di akajiso e far sobbollire a fuoco lento per 20 minuti.
Filtrare il liquido in una ciotola, rimettere lo sciroppo nella pentola sul gas e strizzarvi sopra le foglie. Vedrete che tutto il colore rosso delle foglie andrà a finire nella pentola.
Unire lo zucchero, il miele e far sobbollire per altri 15 minuti. Togliere dal fuoco e aggiungere l'aceto di mele. Travasare lo sciroppo nelle bottiglie e farlo raffreddare.
Per gustare lo sciroppo, osservare le seguenti proporzioni: 1/3 sciroppo sciolto in 2/3 di acqua.

domenica 24 marzo 2013

Federazione Italiana Pasticceria Gelateria Cioccolateria

Federazione Italiana Pasticceria

Sono passati quasi tre anni da quando questo spazio si è timidamente affacciato nel mondo dei Food blog. Che parolona, "Food blog"... inizialmente non ero nemmeno conscia che esistesse una tale categoria di scrittori del web. Avevo aperto questo spazio per poter tenere nota dei miei esperimenti in cucina, in modo da non essere sommersa da pile di post-it volanti. Sono tuttora incerta se potermi definire anche io Food blogger o semplicemente "appassionata" di cucina. La certezza che è derivata da tre anni di blog è che il mondo della gastronomia mi affascina e mi ha permesso di portare alla luce un sogno che evidentemente custodivo in segreto nel mio cuore: diventare pasticciera. Adoro preparare dolci, mi fa sentire rilassata e credo sia in un certo senso una metafora del controllo. Le scelte sono tutte mie: la base, lo zucchero, la crema, la decorazione...
Ieri, grazie ad una mail della F.I.P., mi si è aperto un mondo. Ho passato almeno un'ora solo ad ammirare le divise della federazione, immaginando di vestirne una (magari quella di gala). La F.I.P. è l'associazione che riunisce i pasticcieri, gelatai e cioccolatieri italiani. Si occupano di organizzare eventi e manifestazioni che favoriscano la promozione del comparto artigianale italiano. Riunisce in una rete di formazione anche scuole, grossisti, imprese e associazioni regionali. L'Associazione propone anche corsi professionalizzanti per gli addetti al settore gastronomico. E' una Associazione neonata ma dinamica, vanta tra i membri dei maestri che figurano nel medagliere della F.I.P. e che hanno già vinto varie competizioni nazionali e internazionali; il loro motto è "suavis sapientia", la Dolce sapienza. L'idea di base è quella di una collaborazione stretta tra tutte le realtà del food esistenti sul territorio per esportare il Made in Italy. 
Spero di avere l'occasione di vedere i lavori dei maestri pasticceri appartenenti alla F.I.P. in uno dei saloni nazionali...
Vi invito a seguire l'Associazione su Twitter, Google+ e le altre piattaforme social!
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